Se questa è sinistra (tra Fassina e Bonaccini)

Pubblicato su Huffingtonpost.it

C’è vita a sinistra tra Stefano Fassina e Stefano Bonaccini? In quello che fino a pochi anni fa si chiamava campo progressista c’è un’idea  di futuro dell’Italia e dell’Europa, un’idea di benessere economico, sociale e civile, tra il sovranismo antieuropeo del deputato di Liberi e Uguali e il secessionismo di fatto del governatore dell’Emilia Romagna?

Se c’è, fatica a manifestarsi.

Sul socialismo nazionale proposto da Fassina – “padroni a casa nostra” in salsa rossa – non vale la pena fermarsi più di tanto. Riecheggia la celebre sentenza di Karl Marx: quando la storia ripete le tragedie – il ‘900 è drammaticamente pieno di socialismi nazionali… -, le mette in farsa. Presentando il suo “Manifesto per la sovranità costituzionale”, Fassina ha spiegato che “il capitalismo globale trainato dalla finanza è insostenibile sul piano ambientale, economico, sociale e democratico”. Manca solo la citazione del “miliardario globalista Soros”, o del “complotto migrazionista dei signori del capitale” denunciato quotidianamente dal “filosofo” Diego Fusaro, e il passaggio verso una bella alleanza “rosso-bruna” sarebbe compiuto. 

Passando a Bonaccini, la distanza da una almeno percepibile idea di progresso è altrettanto vistosa. Dunque: il presidente dell’Emilia Romagna e la sua maggioranza di centrosinistra, insieme ai governatori leghisti di Lombardia e Veneto, sta trattando con il governo centrale per ottenere in via esclusiva competenze oggi “concorrenti” – dalla tutela della salute e della sicurezza del lavoro all’alimentazione, dalla protezione civile al governo del territorio, dai trasporti all’energia, dalla disciplina delle professioni ai rapporti internazionali e con l’Unione europea, fino al commercio con l’estero – e per potere intervenire anche su materie di competenza esclusiva dello Stato quali l’organizzazione della giustizia di pace, le norme generali su istruzione e tutela dell’ambiente e dei  beni culturali. A favore di soluzioni analoghe si sono già espressi i governi delle altre regioni del centronord: Piemonte, Toscana, Umbria, Marche, Liguria. Così, per esempio, la prospettiva è che nel giro dei prossimi mesi ci si ritrovi in Italia con una decina di regioni che marciano in ordine sparso su difesa del suolo, tutela delle acque dall’inquinamento e gestione delle risorse idriche, gestione dei rifiuti, bonifica dei siti inquinati, riduzione delle emissioni in atmosfera, gestione delle aree protette. 

Il “pretesto” costituzionale per questa “innovazione” è l’articolo 116 della Costituzione che prevede il principio della “autonomia differenziata”: norma pensata essenzialmente per le regioni anche linguisticamente “di frontiera” – Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta – e per Sicilia e Sardegna con i loro connotati storici e geografici “di eccezione”, che ora rischia di venire forzata verso esiti del tutto estranei alla sua ispirazione.

Naturalmente questo processo di snaturamento costituzionale, di smembramento sostanziale dell’unità italiana, affonda le radici in problemi veri e grandi: la differenza spesso abissale – in termini di efficienza amministrativa, di qualità dei servizi pubblici – tra il nord e il resto del Paese, amministrazione centrale compresa. Ma il suo risultato sarà di istituzionalizzare tale abisso: con metà dell’Italia che sempre di più “farà da sola” e l’altra metà che verrà lasciata prigioniera della caotica burocrazia romana mescolata all’inadeguatezza cronica delle sue classi dirigenti.

Denunciando sul “Manifesto” la “secessione di fatto” che si sta preparando, la parlamentare ecologista Rossella Muroni si chiede: “Ce la fa la sinistra, attraverso le Regioni che ancora governa, a fare una proposta diversa o rincorriamo la destra pure su questo?”. Al momento la risposta sembra essere desolatamente negativa: la sinistra italiana non ce la fa. Del resto la sinistra ce la fa poco dappertutto, stretta tra improbabili ritorni a un socialismo “d’antan” e fughe verso moderatismi che la rendono indistinguibile dall’establishment conservatore. Forse al di là dei nomi è giunta l’ora di cercare altrove una decente, contemporanea visione di cosa sia oggi “progresso”: di cercarla, per dire, tra chi come i Verdi europei non si qualifica come sinistra ma nutre di valori e obiettivi squisitamente progressisti – un’Europa più unita e più democratica, un’economia molto  più verde, più diritti civili – la propria idea di futuro.     

ROBERTO DELLA SETA

FRANCESCO FERRANTE

   

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