Articoli usciti sul quotidiano “Europa”

Cosa vuol dire “sinistra” oggi

Probabilmente il grande Gaber aveva torto: non è vero che sinistra e destra sono parole svuotate di senso, come ieri cantava lui e come oggi, con meno talento e frequente strumentalità , fanno coro in molti. Se per sinistra s’intende l’aspirazione ad allargare a tutti la sfera del benessere, dei diritti e delle opportunità , questo rimane un criterio discriminante nel modo di immaginare e desiderare il futuro. Invece è vero che da quando esiste la sinistra, cioè da oltre ducento anni, il perimetro del benessere, dei diritti e delle opportunità  da promuovere si è modificato e continuamente allargato. Ed è verissimo che ogni qual volta un nuovo pensiero, una nuova cultura anno proposto uno di questi “allargamenti di senso”, molti che si consideravano cultori e custodi di una nozione dura e pura di sinistra hanno reagito con invettive, scomuniche, e  soprattutto con un’accusa più infamante di tutte: le nuove idee e i loro sostenitori non erano che destra mascherata.
 

Questa difficoltà  delle forze progressiste più tradizionali e consolidate ad accogliere declinazioni inedite, originali dell’idea generale di sinistra, ha avuto una diffusione assai larga. Ma in Italia, indubbiamente, si è manifestata con più forza che altrove, per la prevalenza nella sinistra italiana di una cultura – quella del Pci – che ha sempre faticato moltissimo ad adeguare le proprie visioni all’evoluzione sociale e culturale. Persino il bipolarismo e la cosiddetta “vocazione maggioritaria” del Pd , per partire da temi più di politica “politicienne”, di cui in questi giorni sembra celebrarsi l’ineluttabile funerale, sono stati digeriti con difficoltà  da molti ex-Pci, visti come un espediente tattico e non certo come condizione per una vera, credibile visione di cambiamento da offrire agli italiani.
 

Più in profondità , sul piano culturale e limitando lo sguardo agli ultimi cinquant’anni, un primo choc la sinistra italiana dovette affrontarlo a partire dagli anni Sessanta, quando si trovò a fare i conti con il tema dei diritti individuali. Lo sanno bene i radicali: per merito loro la sinistra in Italia ha cominciato a battersi per i diritti civili, personali dei singoli, cioè per diritti squisitamente liberali, ma per questo sono stati considerati a lungo, specie dal Partito comunista, alla stregua di una sinistra abusiva, usurpatrice, quasi una “banda” di infiltrati. C’è voluto tempo prima che questa “eresia” mettesse definitivamente radici nel discorso pubblico della sinistra, e forse il tempo non è finito: basta vedere come un obiettivo, il riconoscimento di elementari diritti civili alle persone e alle coppie omosessuali, che in molti Paesi occidentali è un dato acquisito e in tutta Europa è un carattere distintivo dell’identità  di sinistra, da noi resta una chimera e resta un fattore di divisione  all’interno stesso del campo progressista, per colpa in questo caso di chi ritiene così di difendere presunte identità  cattoliche.
 

Un secondo, temibile test è stato per la nostra sinistra l’affacciarsi sulla scena, tra gli anni Settanta e Ottanta, del pensiero ecologista, che con il principio della sostenibilità  affermò l’idea che si dovessero tutelare anche i diritti, le opportunità  delle generazioni future.  Proprio in questi giorni ricorrono i quarant’anni dalla pubblicazione in Italia del celebre rapporto del Club di Roma su “I limiti dello sviluppo”, dove per la prima volta veniva messo in discussione il dogma, caro tanto ai liberali quanto ai marxisti, della crescita economica come fenomeno lineare e illimitato, e dichiarata l’urgenza di ridurre il prelievo di risorse naturali e la pressione inquinante sugli ecostsitemi. Il libro fu stroncato senza appello dai giornali di sinistra: l’idea stessa che esistessero “limiti allo sviluppo” venne bollata come reazionaria, tentativo consapevole di cristallizzare le diseguaglianze sociali ed economiche tra Paesi ricchi e Paesi poveri, o rigurgito “neo-romantico” nemico del progresso. Sul Manifesto, Umberto Eco scrisse che dietro le posizioni di chi auspicava una riconciliazione tra uomo e natura si celava l’ideologia reazionaria che vorrebbe “una vita media di 50 anni, eliminazione automatica dei meno dotati, accettazione della malattia come fatalità  insormontabile, fame e sporcizia come dono di Dio”. 
 

Ma se la sinistra italiana non ha mai assimilato del tutto l’inclusione dei diritti individuali e dell’ambiente nel proprio “pantheon” di valori, la ragione più profonda è in un tratto che accomuna le due questioni: sia l’una che l’altra spostano il fronte della battaglia progressista dal solo luogo classico del lavoro. Per molti, anche nel Pd, questo resta un tabù, come dimostra l’ossessione neo-laburista di chi pretende di trasformare il Partito democratico nella replica fuori tempo e fuori luogo di un modello che in Italia non si è mai radicato e che gli stessi partiti socialisti europei stanno cercando in ogni modo di superare.
 

Oggi, certo, nessuno si sognerebbe di negare – almeno a parole – “cittadinanza progressista” al tema dei diritti di libertà  o a quello della sostenibilità . Ma rimane in più d’uno la tentazione di tacciare come destra travestita chi chiede di allargare il senso della nozione di sinistra, di calarlo nei problemi e nelle sfide del tempo presente. Chi, per esempio, sostiene che è di sinistra battersi contro il debito pubblico che minaccia i diritti e le opportunità  delle generazioni future; che è di sinistra reclamare un nuovo welfare che protegga un po’ meno meno i posti di lavoro e un po’ di più le persone, a cominciare da giovani e precari; che è decisamente di sinistra fare di tutto, come italiani e come europei, per evitare che la globalizzazione, grandioso processo storico grazie al quale due terzi dell’umanità  si stanno avvicinando al benessere, ai diritti, alle opportunità , non si traduca in un arretramento per l’altro, il “nostro” terzo, e in un danno irreparabile per gli ecosistemi.   
 

Per tutto questo,crediamo, va benissimo discutere e litigare su cosa significhi oggi essere di sinistra. Ma sempre diffidando di chi distribuisce, sul tema, improbabili patenti di ortodossia.
 

ROBERTO DELLA SETA
FRANCESCO FERRANTE

La terza via del Pd

A sentire molti autorevoli dirigenti democratici e a leggere le analisi di tanti commentatori,  sembra che la scelta obbligata per il Pd nei prossimi mesi sia tra un neo-laburismo che lo riporti, così auspicano i suoi cantori da Enrico Rossi a Stefano Fassina, nell’alveo del socialismo europeo, e un’alleanza organica con il “centro” che lo separi definitivamente dalle sinistre radicali.
Può darsi che sia così, basta sapere che entrambe queste opzioni c’entrano poco sia con le storie di cui il Pd è l’erede, sia con le motivazioni che portarono alla sua nascita, sia soprattutto con l’orizzonte attuale di quel mondo vasto e composito di valori, bisogni, interessi, riflessioni che porta il nome di riformismo.
C’entra poco, pochissimo, il neo-laburismo con le due principali tradizioni fondatrici del Pd. Erano squisitamente e orgogliosamente interclassiste la visione e anche la “constituency” della sinistra democristiana, da Moro ad Andreatta a Prodi. E certo non era laburista il Pci, che come dice il nome era un partito comunista. Così,  fa sinceramente un po’ sorridere questo esibito attaccamento all’identità  socialdemocratica,  essa sì largamente laburista, da parte di chi proviene da una famiglia politica – quella della filiera Pci-Pds-Ds – per la quale il campo socialista è stato un approdo quanto meno tardivo.  In esso, temiamo, vi è paradossalmente proprio uno dei segni da cui si capisce che gli ex-Ds sono figli dell’ideologia comunista e non del socialismo europeo: il segno cioè della difficoltà  ad adattare la propria politica ai cambiamenti sociali, culturali, geopolitici. Fare un partito neo-laburista in Italia aveva senso quarant’anni fa, oggi non ne avrebbe alcuno.  
Questa idea ignora del tutto un dato storico di assoluta evidenza. Il lavoro non è stato l’elemento centrale  in nessuno dei movimenti sociali e di opinione, buoni e meno buoni, che hanno agitato e cambiato l’Europa e l’Occidente negli ultimi quarant’anni: dall’ambientalismo al femminismo, dai no-global ai movimenti giovanili a quelli per i diritti civili, dal localismo “nimby” ai partiti neo-nazionalisti, dai movimenti per i beni comuni ai partiti “pirati” del web che spopolano dalla Svezia a Berlino. Ciò non per caso, ma perché sempre di meno nell’età  che viviamo e nelle nostre società  le persone e i gruppi si percepiscono e si definiscono in prevalenza rispetto al lavoro. Il lavoro, naturalmente, continua a contare moltissimo, tanto più in una stagione di drammatica crisi economica come l’attuale e in un Paese come il nostro dove un giovane su tre è disoccupato; ma oggi per dare senso e futuro alla parola progresso, specialmente per avere qualcosa da dire su questo che interessi i più giovani, non si può e non si deve partire dal lavoro.
D’altra parte, ha poco senso anche proporre per il Pd una svolta neo-centrista, che ne faccia una sorta di nuovo “balenottero” democristiano, magari rosa invece che bianco, moderato e programmaticamente estraneo ad ogni radicalismo. Questa direzione è anch’essa piuttosto lontana dalle storie politiche confuite nel Pd, ma soprattutto è lontanissima dalla realtà  odierna, dalle attese e dalle aspirazioni dei nostri elettori attuali e potenziali. Oggi in Italia il problema più grande dei partiti, e in primo luogo del Pd vista la sua ambizione progressista, è di intercettare almeno un po’ di quella “altrapolitica” – come l’ha battezzata Stefano Rodotà  – che abbonda nella società  e che si sente del tutto estranea ai programmi, ai linguaggi, ai comportamenti della politica ufficiale. Quest’altra politica è fatta di posizioni, sensibilità , aspirazioni le più varie: dai giovani precari che chiedono un welfare che protegga le persone più che i posti di lavoro, alle imprese che da tempo hanno scommesso sulla “green economy” e vorrebbero politiche industriali davvero orientate a promuovere l’innovazione, a quei settori crescenti della pubblica opinione che reclamano al tempo stesso più spazio per il merito, meno potere per le corporazioni, più etica pubblica, riduzione delle diseguaglianze sociali, allargamento e consolidamento della sfera dei beni comuni dall’ambiente alla scuola. Alcune di queste domande sono sicuramente classificabili come “liberali” (ciò spiega la larga e trasversale popolarità  delle scelte più liberalizzatrici del governo Monti), altre nascono dall’idea che vi siano beni e servizi che non vanno trattati come merci. Tutte sono domande “radicali”, nel senso che implicano e rivendicano cambiamenti profondi, talvolta rivoluzionari, nelle politiche. Bene, sembra improbabile che chi si riconosce nell’altra politica si lascerebbe coinvolgere o anche solo incuriosire da un Pd-balenottero rosa.
D’altra parte è proprio una richiesta forte e potente di cambiamento “radicale” che consegnano al Pd i tanti elettori, nostri elettori, delle primarie da Firenze alla Puglia, da Genova a Cagliari, da Milano a Palermo. Storie diverse e locali ma con un loro filo conduttore, che non ha senso leggere, come qualcuno continua a fare, con vecchi occhiali destra/sinistra o tanto meno laburisti/centristi.
Abbiamo meno di un anno davanti per decidere che partito vogliamo essere e su quale progetto vogliamo chiedere agli italiani di darci fiducia. La delicatezza, la drammaticità  della crisi economica in atto, il dato indiscutibile che abbiamo fatto benissimo a sostenere lo sforzo di Napolitano e poi di Monti per salvare l’Italia e forse l’Europa dal baratro, non tolgono nulla all’urgenza di questo impegno: anzi lo rendono ancora più necessario, perché dopo questo intermezzo “tecnico” la politica non potrà  certo tornare a proporsi, e a dividersi, secondo i confini e gli schemi degli ultimi vent’anni.
Abbiamo meno di un anno per convincere i 30 milioni di italiani dei referendum di giugno che per noi i beni comuni – si chiamino ambiente o legalità , coesione sociale o pari opportunità  – sono la base su cui costruire un futuro di sviluppo e di benessere. Meno di un anno per combattere l’antipolitica nell’unico modo guiusto e utile: facendo intanto pulizia di tutte le nostre “zone grigie”. Meno di un anno per imparare a guardare ai problemi di oggi con occhi di oggi: smettendola di litigare tra nostalgici di un laburismo ormai stracotto e neofiti di un liberismo anch’esso ovunque boccheggiante, e convincendoci che la  crisi economica cominciata nel 2008 non è una parentesi, chiusa la quale si può ricominciare “da dove eravamo rimasti”, ma segna un punto di non ritorno che impone risposte nuove ai problemi nuovi posti dalla globalizzazione, dall’allargamento intollerabile nella società  italiana della distanza tra ricchi e poveri, dalla crisi climatica e ambientale. Impone, per esempio, di definire una “road map” credibile per il rilancio dell’economia basata su scelte coraggiose che liberino le migliori energie del Paese battendo conservatorismi di destra e di sinistra e promuovendo una vera innovazione, che faccia nascere lavoro e impresa nei settori per noi più promettenti.
Insomma, abbiamo un po’ meno di un anno per mettere in campo un’idea convinta e convincente di modernità , quell’idea che nemmeno il provvidenziale governo Monti sembra in grado di offrire agli italiani. Di un Pd così c’è un estremo bisogno, e peraltro – così ricordiamo – eravamo nati più o meno per questo.  
 

ROBERTO DELLA SETA
FRANCESCO FERRANTE

“GREEN ITALY”. IL PAESE CHE VA

Scrivendo sull’Italia come fa spesso e bene, l’ex-direttore dell’Economist Bill Emmott ha detto di recente che il nostro Paese gli fa venire in mente il Titanic: è forte, pieno di gente ricca, ben costruito, ma il suo autocompiacimento rischia di sbatterlo contro un iceberg. Scongiuri a parte la similitudine ha un suo fondamento, e forse un primo passo per scampare al naufragio e ricominciare una buona navigazione è convincerci un po’ di più delle nostre possibilità , del tanto di buono e di promettente che gli italiani riescono ancora, e malgrado tutto, a combinare. 

Di questo compito Ermete Realacci – da Legambiente alla fondazione Symbola all’impegno in politica – ha fatto da tempo una sua missione, che ora trova compimento in un nuovo libro dal titolo e dal sottotitolo già  eloquenti: “Green Italy. Perché ce la possiamo fare” (Chiarelettere, 336 pagine, 15 euro). 

L’Italia green raccontata da Realacci è fatta di protagonisti tra loro diversi. Innanzitutto imprese: campioni piccoli e grandi di quella manifattura  “made in Italy” che miscelando qualità  ambientale, innovazione, un solido legame con la propria “constituency” territoriale, ha costruito successo economico e forza competitiva. E poi originali esperienze civili che si collocano al confine tra nuova economia e impegno sociale: dalla Fondazione Banco Alimentare, che raccoglie nei suoi magazzini migliaia di tonnellate di derrate invendute e ci sfama oltre un milione di persone; a Terra Madre , la rete delle “comunità  del cibo” inventata da Carlin Petrini che ogni due anni in occasione del salone del Gusto riunisce a Torino migliaia di contadini, allevatori, pescatori dei cinque continenti nel nome dell’idea che l’agricoltura è il principale anello per tenere uniti locale e globale, socialità  e benessere; fino ad AzzeroCO2, società  di consulenza energetica promossa da Legambiente che offre a imprese,  famiglie, amministrazioni strumenti e servizi per rendere più efficienti e più “puliti” i loro consumi di energia. 

Un unico filo percorre l’intero viaggio di Realacci attraverso le eccellenze della green Italy: è la convinzione che qui, nell’economia che si fa ambiente e si fa società , sia una delle risposte più convincenti ai problemi epocali posti dalle crisi drammatiche di questi anni – la crisi ecologica, la crisi profondissima del capitalismo finanziario, la crisi dell’Occidente non più “dominus” come un tempo -, e che qui sia la strada maestra  che può consentire all’Italia di conservare un posto importante nel mondo globale di oggi e di domani, di presidiare e consolidare un proprio spazio competitivo dove la concorrenza si giochi non sui parametri della quantità  o del basso costo del lavoro, che ci vedono inevitabilmente soccombenti davanti alle grandi economie emergenti, ma della qualità  tecnologica, ambientale, sociale.  Scrive su questo Realacci: “Il sistema economico costruito sui pilastri del liberismo senza freni e della finanza speculativa ha pericolosamente fallito. Serve un nuovo paradigma produttivo”. Serve, secondo Realacci, “perché vivere meglio non vuol dire, e sempre meno vorrà  dire, avere più cose: avremo, invece, cose migliori, prodotti più intelligenti e più belli, ai quali saremo più legati, che non distruggeranno l’ambiente, daranno più soddisfazioni a noi e più senso alla nostra vita”. Qualità  ambientale, bellezza, sobrietà , dunque, come ingredienti base di un cammino che ci faccia uscire sia dalla crisi che dagli errori, vecchi di decenni, che l’hanno generata. 

Dentro questo orizzonte l’Italia può essere protagonista, anzi già  lo è. Perché siamo la seconda manifattura d’Europa e molto meno di altri abbiamo ceduto alle sirene dell’economia finanziaria; perché quanto a economia della bellezza e della creatività  vantiamo tradizioni e risorse ineguagliabili; e infine perché migliaia di imprese italiane la scelta green l’hanno già  fatta ricavandone risultati lusinghieri: come si legge nell’ultimo rapporto di Fondazione Symbola e Unioncamere, un’impresa su quattro negli ultimi quattro anni ha investito in prodotti e tecnologie legati all’ambiente, mentre una su tre di quelle che scommettono sul verde lavora con i mercati esteri (tra il totale delle imprese il tasso di internazionalizzazione è la metà ) e verdi sono il 38% dei nuovi posti di lavoro creati  nel 2011 tra industria e servizi (227 mila su circa 600 mila). A questo folto gruppo di imprese che fanno i conti con la crisi cercando non solo di resisterle ma di “cavalcarla”, appartengono tutte le storie di successo scelte da Realacci per il suo libro: come la storia di Novamont,  che sotto la guida di Catia Bastioli è divenuta  multinazionale leader nella plastica vegetale; o di Valcucine, azienda friulana che produce cucine interamente riciclabili e prive di additivi inquinanti come la formaldeide; o ancora di Edilana, che nel cuore della Sardegna fabbrica pannelli isolanti per l’edilizia che invece di utlizzare petrolio o polistirolo impiegano lana di pecore, rigorosamente sarde. 

Così, “Green Italy” restituisce un’immagine dell’Italia “che va” libera da vecchi schemi e categorie preconcette: un’Italia  non più spezzata a metà  dalla tradizionale antitesi Nord/Sud ma dove invece, tra alti e bassi ovviamente, la “green economy” – dall’energia all’agricoltura, dai nuovi materiali ai  trasporti, dall’edilizia al turismo – emerge come una solida vocazione dell’intero Paese; e un’Italia  nella quale lo stesso concetto di “made in Italy” si allarga sensibilmente dai territori classici della moda e del design per ricomprendere ambiti molto più vasti fatti di un “brand-Italia” che miscela con sapienza innovazione, legame coi territori, “saper fare” radicato nella nostra straordinaria tradizione artigianale. La descrizione di questa realtà  dinamica e promettente acquista, nel discorso di Realacci, il senso di una sferzata di ottimismo più forte di tutte le analisi, pur fondate, sul declino italiano: in essa c’è la promessa di un Paese che nella messa in valore del mosaico di economie territoriali che tuttora lo contraddistingue  può trovare non solo la via d’uscita dalla crisi, ma una sua rinnovata e modernissima ragione sociale.  

Ma dov’è la politica nel libro di Realacci? E’ sullo sfondo, perché l’Italia raccontata da “Green Italy” non è, per usare una metafora cara a Giuseppe De Rita, quella del “secondo popolo”, delle élite, ma è l’Italia del “primo popolo che sfanga la vita negli affanni quotidiani”. Solo che senza il concorso delle élite, della “metaeconomia” che da esse dipende, senza uno scatto d’orgoglio e di responsabilità  delle classi dirigenti – che sono la politica ma sono pure le grandi rappresentanze sociali – questo “affanno” non riesce a fare sistema. Come ricorda Ivan Lo Bello nella prefazione a “Green Italy”, la vitalità  e l’intelligenza dell’Italia green hanno bisogno, per segnare la via di una possibile rinascita italiana, di un “secondo popolo” che faccia di più e meglio il suo mestiere: sostenendo l’economia della qualità  e dell’innovazione invece che quella dei sussidi e dei monopoli, ritrovando la via  dell’etica pubblica, colpendo al cuore le piaghe dell’illegalità  e di una crescente, insopportabile e antieconomica, distanza tra ricchi e poveri. Questa è una sfida in particolare per il Pd e per il centrosinistra, chiamati dalla loro ambizione progressista a dare voce e risposte alla voglia di cambiamento, alla sofferta e ogni tanto disperata domanda di futuro che sale nel Paese, sale da grandi e indifferenziati movimenti d’opinione (cos’altro è l’antipolitica se non una domanda selvaggia e disperata di una politica diversa?) e sale da settori importanti e promettenti dell’economia, del mondo degli interessi. E questa è una sfida anche per il “montismo”, che deve ancora mostrare e forse decidere qual è la sua missione: se quella di un establishment conservatore, nel senso migliore dell’aggettivo, che vola basso ma sicuro rimettendo a posto i conti senza troppe ambizioni riformiste, o invece la prefigurazione di un’inedita alleanza sociale  per un vero, profondo cambiamento che aiuti l’Italia a fare come sa è meglio che può il suo mestiere. Quel mestiere che alla fine è sempre lo stesso magistralmente sintetizzato un po’ di tempo fa da Carlo Maria Cipolla: fare all’ombra dei campanili cose che piacciono al mondo. 

ROBERTO DELLA SETA 

FRANCESCO FERRANTE    

 

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