Petrolio in Italia, il mercato lo boccia ma il Governo ci spera

pubblicato su greenreport.it

Ci sono troppe raffinerie di petrolio in Italia. Uno slogan di Greenpeace o di Legambiente? O di qualche comitato nimby? No, è ciò che dice da qualche tempo l’Unione petrolifera e che nei giorni scorsi ha conquistato attenzione dei media con l’annuncio di Eni della sua intenzione di chiudere 4 delle sue raffinerie.

Cosa é successo? Nulla di strano: il calo (progressivo e irreversibile dei consumi di petrolio in questa parte del mondo) e l’aumento della capacità  di raffinazione nei paesi produttori (a costi ovviamente molto più bassi) rende antieconomica la gestione di molte raffinerie, e per prime quelle su cui meno si è investito in innovazione negli ultimi anni.

Da qui il grido d’allarme dei petrolieri che, nemmeno tanto di nascosto, reclamano l’aiuto dello Stato per la “riconversione”, leggasi chiusura, di almeno metà  delle 14 raffinerie che avevano fatto di questo Paese l’hub europeo della raffinazione di petrolio. Per carità , giustissimo che la collettività  si occupi di migliaia di posti di lavoro a rischio, con conseguenti drammi umani, spesso in aree dove la disoccupazione la fa già  da padrone – si pensi ad esempio alla Sicilia orientale con Gela e Priolo. Ma alcune riflessioni si impongono, qualche lezione la si dovrebbe imparare, e alcuni paletti vanno posti.

Primo e fondamentale paletto: non si può consentire a chi ha macinato profitti ingentissimi in questi anni grazie all’oro nero, spesso causando gravi danni ambientali, di dismettere quell’attività  senza spendere tutto quel che serve a bonificare quelle aree. La lezione riguarda il fatto che si dovrebbe avere uno sguardo più lungimirante in genere sulle questioni energetiche: la fine dell’hub petrolifero non dice niente a coloro che oggi – con venti anni di ritardo – insistono, fuori tempo massimo, nell’individuare per l’Italia il ruolo di hub del gas in Europa? Non si discute qui della necessità  di attrezzarci per rigassificare il metano in modo da non essere dipendenti solo dai tubi (dalla Russia o dal Nord Africa), ma che senso ha vagheggiare mirabolanti spese per infrastrutture che servirebbero a portare gas dai nostri porti verso l’Europa quando i consumi diminuiscono e, volenti (noi) o nolenti (la lobby dei fossili) si va in direzione di società  sempre più low carbon?

Infine una riflessione che torna a interrogare i petrolieri nostrani. Vuole Unione petrolifera spiegare perché se da una parte chiede aiuti per “riconvertire”, poi mette in campo tutta la sua forza lobbistica per convincere il governo a ignorare il parere del Parlamento e consentire livelli di zolfo nei combustibili marittimi da impiegare nei nostri mari molto superiori a quelli permessi nel Mare del Nord e nel Mar Baltico (3,5% da noi, 0,1% in mari senz’altro meno “sensibili” dell’Adriatico o dello Jonio)?

La collettività  può collaborare nelle procedure di “riconversione” in cambio di uno sforzo straordinario verso l’innovazione e finalmente l’attenzione dovuta alle ragioni dell’ambiente e della salute. O no?

A noi queste riflessioni e le conseguenti richieste sembrano ragionevoli, di buon senso. Ma temo che troveranno ostacoli duri se il presidente del Consiglio appena ieri in un’intervista al Corriere della Sera per mostrare la sua “voglia di fare” non trova migliore esempio che incitare a superare le opposizioni locali, a suo dire incomprensibili, e mettersi a trivellare in Basilicata e in Sicilia e, immagino, nel suo mare.

Lo fa prendendo per buoni i dati di Assomineraria che straparla di 40mila nuovi occupati e senza rendersi conto che le riserve certe di fossili nel nostro Paese sono poca cosa. Arrivando persino a dire che lui per parlare di energia e ambiente in Europa deve prima far trivellare in Italia. Senza rendersi conto che in Europa energia e ambiente si scrivono “rinnovabili” ed “efficienza”, con le quali peraltro risparmierebbe assai più petrolio da importare che non “spirtusando i nostri mari”.

 

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