Alt al carbone, la lezione tedesca e i nostri balbettii

Pubblicato su Strisciarossa.it

La notizia non è da poco: la Germania esce dal carbone. Il più grande paese manifatturiero d’Europa rinuncia al combustibile fossile più a “buon mercato” (e alla persino più inquinante lignite). E lo fa in tempi certi: entro il 2038 – non a caso la stessa data in cui in quel Paese si concluderà il phasing out del nucleare avviato da Merkel subito dopo l’incidente di Fukushima – tenendosi anche aperta la possibilità di anticipare the end of coal al 2035.

Se guardiamo questa notizia con gli occhiali di chi vuol capire se è coerente con l’obiettivo di affrontare seriamente la crisi climatica in atto, e di non superare quella soglia di aumento della temperatura media globale di 1,5 gradi indicata dagli scienziati e messa nero su bianco negli accordi di Parigi del 2015, allora possiamo addirittura dire, come hanno commentato alcuni amici ambientalisti, che “non è sufficiente”, che “bisogna far prima”, “così esauriremo comunque il nostro carbon budget”. Tutto vero. Ma a mio avviso chi sottovaluta la decisione del Governo tedesco, commette un errore per almeno tre motivi.

Il primo è che l’annuncio stesso della scelta e il fatto che per rispettare quel cronoprogramma i tedeschi inizieranno a chiudere le prime centrali a carbone già quest’anno è probabile che innescherà un “effetto slavina” (fuga degli investitori dal carbone, spinta su innovazione tecnologica nelle già disponibili alternative) che determinerà a sua volta un’accelerazione e sarà il mercato stesso, e quel driver potente che è l’innovazione, che anticiperà quella chiusura.

Il secondo motivo per cui l’accordo tra Governo federale e i Land più interessati alla questione (perché sedi delle centrali e/o delle miniere) va salutata con favore sta nei 40 miliardi di euro stanziati per affrontare la transizione e le questioni sociali e occupazionali connesse. Perché – se è vero che il Green deal e puntare su “tecnologie verdi” è unica strada per creare nuova occupazione – dobbiamo sapere che la transizione ecologica, anzi la vera e propria rivoluzione che ci attende, anche se avrà un saldo complessivo positivo in termini di salute, di benessere, di qualità della vita, per alcuni settori sarà davvero difficile. Vale per i minatori di carbone, come per i lavoratori del comparto automotive (visto quanto meno lavoro serve per costruire un’auto elettrica in confronto al vecchio motore endotermico). E allora che la “locomotiva d’Europa” affronti il toro per le corna e metta risorse vere per non lasciare nessuno senza reddito e lavoro nella trasformazione epocale dei prossimi dieci anni è decisivo è importante anche come modello per il resto d’Europa che dovrà affrontare problemi analoghi. All’est, ma anche nel nostro Paese: tutti parlano di Ilva, ma non dimentichiamoci che noi siamo il secondo paese manifatturiero e non è e non sarà solo la fabbrica di Taranto a doversi attrezzare per la decarbonizzazione. E quindi è davvero decisivo che si cominci a far strada l’idea che il ruolo della politica deve essere quello di indicare la strada che le innovazioni dovranno poi seguire, e contemporaneamente trovare le risorse per una sorta di “assicurazione” che consentirà di rendere socialmente desiderabile per tutti questi sconvolgimento dei processi produttivi cui assisteremo in tempi auspicabilmente assai rapidi.

Terzo e ultimo motivo per cui è da guardare con interesse la scelta tedesca è la lezione politica che se ne trae. È evidente che sul piano politico la scelta fortemente voluta dalla cancelliera è un modo per rispondere alla travolgente marcia dei Verdi tedeschi e che i socialdemocratici pensano (si illudono a parere di chi scrive) di arrestare così l’emorragia già di voti soprattutto fra i più giovani che li sta dissanguando a favore degli ambientalisti in politica. È stata quindi la presenza di un forte soggetto politico “verde” che ha sostanzialmente costretto il sistema politico tedesco a scegliere di misurarsi con questo tema. Ed è forse la mancanza di un soggetto del genere che condanna invece la politica italiana a oscillare tra il “negazionismo di destra” e le chiacchiere prive di sostanza che fanno enunciare un Green New Deal di cui poi in finanziaria si vedono solo assai sparute tracce e che addirittura chiama “decreto clima” una leggina sostanzialmente vuota.

E dire che questo Paese avrebbe carte in regola su molti fronti per fare concorrenza ai più avanzati nell’innovazione. Anche in campo energetico. Infatti  non è vero , contrariamente alle dichiarazioni propagandistiche del governo tedesco, che la Germania sarà il primo paese a rinunciare sia al nucleare che al carbone. Noi – con il phasing out del carbone previsto per il 2025 – ci arriveremo prima grazie ai due referendum popolari con cui abbiamo bocciato il nuke nel 1987 e poi di nuovo nel 2011. Sulle rinnovabili spendiamo quanto i tedeschi e fino al 2014 stavamo anche messi piuttosto bene (poi il Governo Renzi decise insensato stop). Un pezzo del nostro sistema economico – si pensi ad esempio alla nostra leadership nella chimica verde – è più che pronto. Manca la politica che sugli stessi temi balbetta e anche il governo giallorosso ha appena inviato a Bruxelles un Piano Nazionale Energia e Clima assolutamente inadeguato per affrontare la crisi climatica. Meglio non fare gli schizzinosi con le scelte politiche tedesche. Non ce lo possiamo permettere

Francesco Ferrante 

Vicepresidente Kyoto club

Fondatore Green italia 

Lascia un commento

Your email address will not be published. Please enter your name, email and a comment.