Destra e clima: grande rimozione

pubblicato su La Repubblica

In Italia come in buona parte d’Europa e come negli Stati Uniti, èin atto sulla crisi climatica un formidabile scontro identitario tra opposte visioni politiche: da una parte la sinistra che sia pure con ritardo ha fatto dell’impegno per fermare il climate change un tema centrale del suo discorso pubblico, dall’altra la destra cosiddetta sovranista che nega o minimizza il problema. Come nelle parole – che simboleggiano alla perfezione questa secondapostura dialettica – dette giorni fa da Matteo Salvini con il termometro stabilmente sopra i 40 gradi in mezza Italia: “Fa caldo? Certo, siamo in estate”.

Perché la destra sovranista europea – dalla Polonia all’Ungheria, dalla Spagna alla Germania fino all’Italia -, e la destra americana come sottolineava Paul Krugman in un commento sul New York Times ripreso su Repubblica, non riconosce l’evidenza ormai conclamata della crisi climatica, della sua vistosa accelerazione, delle sue origini antropiche? Perché ha elevato la transizione ecologica, e l’ambientalismo in generale, a propri nemici giurati? Questa scelta, finora pagante in termini di consenso, è parte integrante e sempre più centrale di una narrazione generale – tipica della destra sovranista ma in fondo analoga a posizioni estreme anti-establishment che si ritrovano in frange della sinistra radicale – che esalta la “semplicità” dei bisogni immediati e dei valori tradizionali del “popolo”, della “nazione”, contrapposti a interessi e a visioni “mondialiste” e antinazionali che apparterrebbero soltanto alle “élite”: i nuovi diritti civili, il principio della separazione dei poteri contro derive e tentazioni plebiscitarie, appunto la priorità della questione climatica e ambientale.

È una buona notizia questo conflitto? Forse sì per le due parti che intorno al tema si fronteggiano.  L’identità di entrambe si fa più chiara, più netta: “noi quelli decisi a fermare la crisi climatica contro i ‘negazionisti’, cambiando in senso green l’economia e l’organizzazione sociale”, “noi quelli che difendono gli interessi concreti delle persone contro l’ossessione ecologica che rischia di distruggere lo sviluppo”.

Invece per l’interesse generale è una notizia pessima. La crisi climatica non è più una minaccia, è un fatto. Vittima predestinata del clima che cambia non è “il pianeta”, che di sconvolgimenti climatici ne ha vissuti innumerevoli, spesso molto più profondi di quello attuale: siamo noi umani che del climate change siamo causa e bersaglio e che pagheremo prezzi catastrofici se le temperature continueranno a salire, le terre aride ad avanzare e i livelli di mari e oceani a innalzarsi, gli eventi estremi a moltiplicarsi e a estendersi. I tempi di questo processo e della risposta necessaria a interromperlo sono ormai dati: perché il riscaldamento globale non superi la soglia critica oltre la quale i suoi effetti diventerebbero incontrollabili e catastrofici, occorre che entro due, tre decenni al massimo smettiamo di procurarci l’energia che ci serve bruciando combustibili fossili – carbone, petrolio e gas, alimenti principale del climate change -, e utilizziamo soltanto energie pulite e rinnovabili, a cominciare da quelle del sole e del vento.

Ridotta all’essenziale, la transizione ecologica è questo: una polizza salva-vita per l’umanità. Si tratta, com’è evidente, di un cambiamento epocale sul piano tecnologico, economico, anche sociale e culturale: un cambiamento che non condanna affatto lo sviluppo – l’economia green come già dimostrano tanti esempi può creare più ricchezza e lavoro di quelli che si perderebbero rinunciando all’economia “fossile” -, ma richiede forti e coerenti politiche pubbliche orientate allo scopo che da una parte loincentivino e dall’altra ne governino gli inevitabili contraccolpi sociali occupazionali.

L’Europa naturalmente è solo un tassello della risposta al problema-clima che è globale: le emissioni di gas climalteranti generate dall’Unione europea sono circa il 15% di quelle mondiali. Ma l’Europa per il suo peso economico e geopolitico e per la sua capacità tecnologica è un “player” decisivo nella partita per sconfiggere la crisi climatica; in più, noi europei per i nostri livelli di benessere e la nostra “geografia” – la progressiva tropicalizzazione del nostro clima temperato sta fondendo ghiacciai e desertificando terre coltivate –, siamo tra i popoli del mondo cha da essa hanno più da perdere.

In pochi altri campi come nel contrasto della crisi climatica serve un’Europa coesa, che corra tutta nella stessa direzione: se invece il climate change, la sua stessa evidenza, diventano materia di scontro tra governi di sinistra e di destra, vince inevitabilmente il “non-fare”. Andrà così se nel segno di un’alleanza anti-sinistra le destre sovraniste porteranno sul terreno dell’eco-scetticismo, della “grande rimozione” della sfida climatica, anche i partiti popolari e conservatori: sta avvenendo in Italia, finora non è avvenuto negli altri grandi Paesi europei, qui è la più temibile posta in gioco nelle elezioni europee della primavera prossima.

 

ROBERTO DELLA SETA

FRANCESCO FERRANTE

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