La sfida green delle imprese italiane

pubblicato su Forum Diseguaglianze e Diversità

Quale ruolo può giocare il sistema industriale nella transizione ecologica? Penso che nel nostro Paese in molti a sentirsi rivolgere questa domanda quantomeno alzerebbero scetticamente il sopracciglio. E in effetti la rappresentanza di interessi molto spesso è sembrata giocare “contro”: persino il Green Deal dell’Unione Europea – proposto da una Commissione a guida della moderata popolare tedesca Ursula Von Der Leyen – è stato additato dalla Confindustria nostrana a più riprese quale “piano ideologico”, come se fosse stato messo a punto da una banda di fanatici ambientalisti che avevano preso il potere a Bruxelles nel 2019. In Italia la narrazione mainstream sembra ignorare che la scelta di politica industriale che punta sul “green” è invece l’unica che può assicurare un futuro competitivo all’industria europea se non si vuole rincorrere il resto del mondo in una folle svendita di diritti e di riduzione del costo della manodopera. Solo puntando su innovazione, know how tecnologico, legami con il territorio, difesa del sistema di welfare, lotta alle diseguaglianze abbiamo qualche speranza di tutelare il nostro benessere collettivo.

 

La cosa sorprendente però è che, nonostante la miopia e a volte la sordità della classe dirigente nostrana, sono molte le imprese e interi settori della nostra economia che questa scelta “social green” o l’hanno già fatta o la stanno facendo. L’osservatorio del Kyoto Club (i cui soci sono appunto imprese che hanno considerato la questione ambientale, non soltanto un vincolo ambientale, ma una straordinaria occasione di sviluppo, economia, occupazione) è prezioso da questo punto di vista. Ma sono numerose le aggregazioni di imprese anche di eccellenza – dalla Fondazione sviluppo sostenibile a Symbola – che raccolgono best practices che dovrebbero essere il modello cui l’intera economia potrebbe ispirarsi. D’altra parte se non fosse così non sarebbero possibili “record europei” (e quindi mondiali) come quello che possiamo vantare sul riciclo – sorprendente dato che ancora abbiamo negli occhi le emergenze delle nostre città. Oppure che anche sull’intensità energetica (la quantità di energia consumata per unità di prodotto) siamo tra i primi in Europa. Parametri assai importanti dato che non è pensabile alcuna transizione energetica che non metta al primo posto l’efficienza energetica e che l’economia circolare è essenzialmente l’uso efficiente della materia prima.

 

Parametri in cui il sistema industriale italiano è sempre stato forte, ma che oggi presenta velocità assai diseguali. Mentre infatti diventano più numerose le imprese – piccole e medie come quelle più grandi – che puntano su quelle eccellenze, il gap della media generale rispetto ad altri paesi europei che facevano peggio tende a ridursi e quello rispetto a quelli che ci stanno avanti tende ad aumentare. Il motivo è che nel nostro Paese si allarga la forbice tra comportamenti individuali – dei cittadini, ma appunto anche di tante imprese – e le politiche scelte dai Governi. Come invertire il trend? Dando più “rappresentanza” a quelli che scelgono “to go green” (che spesso sono proprio le imprese più legate ai territori e alle comunità dove insistono), raccontarli di più come per esempio proviamo a fare noi (grazie anche alla promozione che ne fa Alessandro Gassmann) con i nostri greenheroes (ormai più di 150 imprese di ogni dimensione di questo tipo) o come fa la Rete di Next – Nuova Economia. Non siamo più nicchie ma non ancora in grado di essere “rappresentanza generale” di nuovi interessi più “giusti” e che possano assicurare futuro: questa la sfida che ci attende.

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