L’insostenibile difesa dell’auto endotermica

pubblicato su La Nuova Ecologia

Utilizzare biocarburanti per il trasporto su strada è inefficiente, dato il maggior rendimento del motore elettrico, e impossibile dal punto di vista delle quantità

Nella revisione del Green deal agitata dalle destre e dai conservatori fossili, punta di diamante è la contrarietà allo stop alla costruzione di motori endotermici previsto dalla Commissione europea nella scorsa legislatura con l’obiettivo di decarbonizzare i trasporti, che continuano a essere il settore per il quale sembra più difficile abbattere le emissioni. Una scelta a suo tempo fatta di conserva con l’industria automobilistica europea, che aveva visto nell’elettrificazione anche la chance di combattere sul terreno dell’innovazione le arrembanti case automobilistiche cinesi, che si affacciavano con aggressività su un mercato, quello dell’auto, che da questa parte del mondo è senz’altro maturo da tempo.

Questa sfida viene però messa da parte a favore di una strenua, quanto “tafazziana”, difesa del vecchio motore endotermico, promuovendo i biocarburanti come la panacea. Ma utilizzare biocarburanti per il trasporto su strada è inefficiente, dato il maggior rendimento del motore elettrico, e soprattutto impossibile dal punto di vista delle quantità in gioco. Per intenderci, nel nostro Paese si recuperano – grazie al lavoro del Conoe e di Renoil – poco più di 100.000 tonnellate di olio vegetale esausto l’anno, ma le due bioraffinerie di Eni, quelle di Gela e Porto Marghera, hanno una capacità di trattamento di oltre 1 milione di tonnellate, che ovviamente vengono importate. Sarebbe, insomma, assai più utile riservare l’utilizzo dei biocarburanti da filiere sicure – a partire dal biometano, che ha anche il non trascurabile vantaggio di essere vitale nella gestione dei rifiuti organici e che può provenire da best practices agricole da promuovere – a quegli impieghi in cui l’elettrificazione è più problematica, come il trasporto aereo e quello marittimo.

Più in generale, l’impiego della biomassa può essere utilissimo nella chimica per produrre manufatti non di origine fossile e modernizzare questo fondamentale settore industriale. Nel suo recente paper sul tema, il think tank Ecco osserva che “l’industria chimica europea sta attraversando una fase di profonda trasformazione, segnata da una perdita strutturale di competitività e da un progressivo ridimensionamento della capacità produttiva. Il cambiamento degli asset produttivi delle raffinerie, l’aumento dei costi energetici e la pressione competitiva internazionale stanno mettendo in discussione il presupposto storico dell’integrazione tra raffinazione e chimica di base. In questo scenario, il biofeedstock rappresenta una leva strategica per rilanciare competitività e innovazione, offrendo un percorso di defossilizzazione per la chimica di base e la filiera della plastica”.

Dopo essere stata all’avanguardia negli anni ’60 del secolo scorso nella chimica tradizionale (il mitico Moplem, il Nobel a Giulio Natta), l’Italia vanta i brevetti più importanti nella biochimica e avrebbe tutto da guadagnare da scelte politiche che privilegiano l’uso efficiente delle risorse e della materia. Piuttosto che limitarsi a ridotti impieghi energetici.

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