Nimby contro il biometano, quando la politica trova più facile cavalcare le preoccupazioni piuttosto che proporre soluzioni. Ma non ci sono scorciatoie possibili: il caso di Rodì Milici, in Sicilia

pubblicato su Greenreport.it

I tempi della transizione ecologica. C’è chi li vorrebbe più rapidi sia perché la crisi climatica ci imporrebbe di correre, sia perché non stare al passo delle innovazioni rischierebbe di farci perdere un treno su cui altri più rapidi sono già saliti a bordo o addirittura lo stanno guidando con benefici economici già piuttosto evidenti. E ogni riferimento alla Cina qui è voluto. C’è chi vorrebbe rallentarlo almeno un po’ – che sembra la scelta di un’Europa che ha smesso di trainare come ai tempi del Green deal – perché spaventata dai “costi sociali” che la transizione esigerebbe, senza considerare che invece scommettere sull’innovazione sarebbe l’unica strada per garantire alla Vecchia Europa di reggere l’urto delle economie emergenti. E c’è infine chi vorrebbe proprio fermarla in nome degli interessi fossili che continuano a pesare e a muovere masse enormi di denaro e ricchezze. E anche qui è voluto il riferimento a Trump e ai suoi alleati.

In questo schema di gioco purtroppo l’Italia, che non è mai stata tra i paesi trainanti, oggi sembra proprio tra quelli più frenanti. Ce lo dicono i numeri delle istallazioni di nuove rinnovabili che sono troppo bassi persino per rispettare la traiettoria messa a punto da un Pniec sin troppo timido. Ce lo dicono le politiche sostanzialmente assenti per promuovere l’efficienza energetica. Ce lo dice la paralisi del Governo che da mesi balbetta su un decreto Energia che dovrebbe mettere fine alle speculazioni sul gas e provare finalmente sfruttare le potenzialità delle rinnovabili anche sul fronte costo delle bollette per famiglie e imprese, di cui viene sempre rinviata l’approvazione. E come dimenticare l’indecente vicenda del decreto Aree idonee: in una prima versione il Governo aveva abdicato al proprio potere buttando tutte le scelte in collo alle Regioni, poi dopo che Tar e Corte Costituzionale gli hanno spiegato che non si poteva fare, ne ha sfornato un altro – che rappresenta un timido passo avanti – ma che già la Regione Sardegna (capofila dei frenanti) minaccia di impugnare. Sì, perché non bisogna nasconderselo: oltre alle frenate fossili e alle timidezze delle politiche conservatrici un ruolo nefasto lo sta svolgendo il nimby (not in my back yard) e il nimto (not in my term of office) di cui sembra soffrire tutta la politica e che colpisce indistintamente e a prescindere da reale impatto qualsiasi iniziativa di nuovi impianti rinnovabili.

Dall’eolico al fotovoltaico, dalla geotermia al biometano. Le obiezioni sono sempre le stesse: “in difesa dell’agricoltura di qualità”, “delle vocazioni turistiche del territorio”, “il sacro paesaggio da tutelare”. Che per carità sarebbero osservazioni più che legittime se “sitospecifiche”, cioè se utilizzate in relazione sensata con una specifica localizzazione e non un tanto al chilo a prescindere, per cui un terreno agricolo anche se dismesso o addirittura da bonificare risulta interdetto al fotovoltaico, l’eolico off shore a Rimini minaccerebbe il turismo (dei tedeschi che a casa loro vedono pale in ogni dove)… e il paesaggio è sempre “sacro” anche se accanto ci sono capannoni (magari abbandonati causa crisi economica).

Qui vorrei soffermarmi sul biometano perché in quel caso il paradosso è doppio. Gli impianti di digestione anaerobica che dalla frazione organica dei rifiuti o da scarti agroforestali producono biometano e digestato, che può diventare compost, infatti oltre al merito di sostituire fossili – in questo caso direttamente il metano – soddisfano l’esigenza di smaltimento corretto di qualcosa che altrimenti sarebbe un rifiuto difficilmente gestibile, e nel caso di best practice agricole addirittura contribuiscono a restituire fertilità al suolo senza utilizzo di sostanze chimiche. Per questo trovo particolarmente insensato il nimby se rivolto contro impianti di biometano.

Qualche anno fa avevo collezionato oltre 170 casi di #nimbycontrobiometano e ne avevo fatto oggetto di post su (allora) Twitter. In queste settimane c’è in atto in Sicilia, in provincia di Messina, una vicenda emblematica: si sta realizzando nel Comune di Rodì Milici un impianto che tratterà oltre 90.000 tonnellate di scarti agricoli provenienti da quel territorio. Come è ovvio i lavori sono iniziati dopo l’ok della conferenza dei servizi in cui sono stati coinvolti oltre il Comune – as usual – la Regione (con tutti i Dipartimenti interessati), l’Autorità di bacino, l’Arpa, la Soprintendenza, i vigili del fuoco, nonché gli operatori agricoli del territorio, gli agronomi, le associazioni di categoria. E nonostante ciò, appena si è aperto il cantiere sono cominciate assemblee, convocate dai Comuni limitrofi e in particolare da un sindaco di un Comune confinante diviso da rivalità politica dal sindaco di Rodì, mentre i media locali che – come spesso succede in questi casi – cavalcano e gonfiano la protesta.

In questo caso la preoccupazione è dovuta al fatto che su quel territorio, a qualche chilometro da dove sorgerà l’impianto – a Mazzarrà – c’è una discarica e quindi alcuni sostengono “abbiamo già pagato”. Ma a parte il fatto che l’impianto in questione nulla ha a che fare con una discarica – quella sì impattante – il digestore è localizzato in un’area priva di alcun vincolo paesaggistico e ambientale, senza alcun rischio idrogeologico o alluvionale e ovviamente fuori da siti pregiati dal punto di vista della biodiversità. Allora perché una minoranza rumorosa si agita e vorrebbe addirittura fermare i lavori? Perché non si capisce che quell’impianto sarebbe perfettamente integrato con le attività agricole, particolarmente rilevanti in quella zona, risolvendo agli agricoltori il problema dei rifiuti che rappresenterebbero un costo di smaltimento e che invece sottoforma di digestato possono tornare sui loro campi con effetto benefico sul suolo?

La risposta sta in una politica che specie a livello territoriale trova più facile cavalcare le preoccupazioni – non lo vediamo solo sulle questioni ambientali ahimé – piuttosto che lavorare e proporre soluzioni. Ma non ci sono scorciatoie possibili: si tratta invece di continuare nello sforzo di spiegare, di raccontare in piena trasparenza opportunità ed eventuali disagi la realizzazione di quell’impianto comporteranno per i cittadini di quel territorio. Per questo è importante l’assemblea che il prossimo 20 febbraio il Comune ha voluto organizzare proprio per raccontare nel dettaglio ancora una volta l’impianto e rassicurare la cittadinanza. La transizione energetica è un sfida troppo importante e decisiva per il nostro futuro sia dal punto di vista ambientale che economico, sociale ed occupazionale per lasciarla fermare da timori non giustificati.

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