Una battaglia di retroguardia sull’Ets

pubblicato su La Nuova Ecologia

Nella furia iconoclasta contro tutto ciò che odori di green, il governo e le rappresentanze industriali hanno eletto a simbolo del male l’Emission trading system

Credo che “i venticinque lettori” di questa rubrica abbiano ben capito il fil rouge che si snoda da un mese all’altro: smontare una narrazione diffusa che prova a descrivere il Green deal, l’economia circolare, la transizione energetica dai fossili alle rinnovabili come fisse ideologiche per cui il “popolo” pagherebbe prezzi troppo alti, e non invece come le uniche scelte di politica industriale che possano salvaguardare quel che resta del sistema europeo di welfare.

Non c’è nulla di meglio per spiegarlo della vicenda che riguarda l’Ets, l’Emission trading system. Nella furia iconoclasta contro tutto ciò che odori di green, il governo e le rappresentanze industriali lo hanno eletto a simbolo del male e a febbraio nella proposta di decreto sulle bollette la misura più pesante è proprio l’”abrogazione” dell’Ets per chi produce elettricità con il gas. O per meglio dire, salvare i produttori e ribaltare quel costo sui consumatori. Poi quel decreto verrà sostanzialmente vanificato dalla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e dalle sue conseguenze sul traffico dei fossili.

Ma il dibattito in Italia è continuato come se niente fosse: la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e i suoi ministri parlano addirittura di sospensione dell’intero meccanismo Ets e purtroppo sono pochissimi i media informati che spiegano come quella proposta non ha alcuna possibilità di passare in Europa. Non solo per la contrarietà della Commissione, a partire dalla stessa presidente Von der Leyen, ma perché un grande pezzo dell’industria europea (c’è una lettera firmata da cento imprese rilevanti) la pensa all’opposto e invece vuole mantenere un mercato del carbonio europeo forte e prevedibile. Scrivono le aziende: la proposta di indebolire l’Ets è “una diagnosi gravemente errata del problema” perché “nell’attuale contesto geopolitico, la sicurezza e la sovranità dell’Europa dipendono dalla costruzione di un’economia più competitiva e resiliente, che si allontani dalla volatilità delle importazioni di combustibili fossili per valorizzare il nostro potenziale di energia pulita, dalla formazione di una forza lavoro altamente qualificata e dalla capacità di innovazione. A nostro avviso, un Ets robusto è fondamentale per raggiungere questo obiettivo”.

L’ottimo giornalista Ferdinando Cotugno (una di quelle perle rare nel nostro sistema mediatico) segnala che il Financial Times – non proprio una gazzetta ecologista – va oltre e ribalta la narrazione diffusa in Italia condannando “la narrativa più potente del business e di parte della politica europea, anche oltre i confini del centro-destra, per cui sarebbero le regolamentazioni sul clima che frenano la competitività europea. Un’azione di lobbying che rischia di portare l’Ue nella direzione sbagliata: aumentare la dipendenza dalle fonti fossili”. L’Ets ha più di vent’anni e come ogni cosa è vero che ha bisogno di essere riformato – e di questo magari scriveremo il mese prossimo, perché questo dibattito ci accompagnerà per tutto il 2026 – ma non certo di essere sospeso e nemmeno depotenziato.

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