Innovare e rilanciare un nuovo green deal o saremo colonizzati

pubblica su Fondazione Demo

Ha ragione Enzo Amendola quando qualche giorno fa su questo sito (METTERE LINK) ha descritto  la forsennata campagna ideologica delle destre europee contro il Green Deal. Una campagna in cui si distringue la nostra destra di governo, i suoi corifei sui media e purtroppo la nostra rappresentanza industriale. Aggiungerei all’analisi di Amendola solo un punto che però a me pare fondamentale per capire come opporsi a questa deriva pericolosa e come tracciare invece una strada interessante per il futuro già da oggi.

La scelta della prima Commissione Von Der Leyen nel 2019 di puntare sul Green Deal è vero che nasceva sulla scorta degli Accordi di Parigi del 2015 volti a combattere la crisi climatica ma era soprattutto una scelta di politica industriale. Si puntava allora – una scelta ribadita poi nelle percentuali di allocazione della Next Generation e del PNRR – su innovazione e decarbonizzazione quali chiavi di volta per difendere il ruolo dell’Europa e della sua manifattura nella globalizzazione. Prendiamo uno dei settori più critici e oggi al centro delle polemiche: l’automotive. Allora furono i grandi costruttori automobilitici del nostro continente (in massima parte tedeschi) a chiedere il blocco del motore endotermico al 2035. Il ragionamento partiva dall’analisi indiscutibille che il mercato dell’auto in questa parte del mondo era ormai saturo, che si sarebbe quindi solo potuto procedere per sostituzione, realizzando modelli più moderni e contenenti maggior valore aggiunto, e nel resto del globo si sarebbe dovuto competere con l’aggressività dei cinesi che – consapevoli che sull’endotermico non avrebbero mai poturo raggiungere il livello sperimenato dalle nostre tecnologie – stavano già puntando tutto sull’elettrico. Ragionamento corretto. Peccato però che scelte industriali sbagliate (in cui tra tutte si è distinta purtroppo Fiat e poi Stellantis) hanno interrotto quel percorso e lasciato strada libera appunto alle auto cinesi. Troppo tardi per rimediare adesso? Onestamente non lo so.

La vicenda dei telefonini che sono finiti nelle nostre tasche non per scelte della politica ma perché il mercato così ha deciso e che prima erano marchiati da industrie europee o (in larga  parte) americane ma fatte con materie prime o addirittura con mano d’opera asiatica e che oggi invece in quel mercato l’Europa non esiste più e sempre più sono gli smart phone all chinese, non depone bene. Stiamo rischiando di non accorgerci che le sindromi da evitare sono due: quella dei cocchieri, spazzati da via dalle automobili e quella della Kodak che non seppe leggere la rivoluzione digitale. Avremmo dovuto imparare che l’innovazione tecnologica non si può fernare ma solo guidare, regolamentare e poi magari approffitarne. Come nella produzione di energia elettrica: vogliamo prendere atto una buona volta che oggi ormai il modo più conveniente di fare elettricità è convertire fonti rinnovabili come il sole e il vento e non più fossili inquinanti? Non sarà quello il modo migliore finalmente di garantire sicurezza, indipendenza e bollette finalmente meno care?  Sarà un caso che il rappresentante degli acciaieri italiani impegnato ogni giorno in qualche dichiarazione contro il green deal (e magari persino per  il ritorno del nucleare, in spregio a qualsiasi calcolo economico di Lazard o Bloomberg che lo sconsiglierebbero vivamente… ah l’ideologia dove si annida!) nei suoi stabilimenti fa accordi PPA (public purchase agreement) per rifornirsi di elettricità da fonti rinnovabili a prezzo fisso e conveniente ?!  Sarebbe proprio quella la strada che anche il Governo – con le capacità regolatorie che gli sarebbero proprie – dovrebbe percorrere per assicurare lo sganciamento dell’elettricità dal prezzo del gas, invece di di farsi trascinare dalla propria furia iconoclasta contro tutto quello che odora di green in una crociata contro l’ets. La proposta di riforma dell’emission trading system (che pure deve essere rivisto a vent’anni dalla sua introduzione) contenuta nel decreto bollette non ha alcuna possibilità di essere approvata a Bruxelles, non fosse altro perché mina alla base il principio di non concorrenza sleale alla base del mercato unico. Serve solo a “fare ammuina” e a rinviare i provvedimnenti davvero utili al sistema industraile. A Rimini dal 4 al 6 marzo scorso a Key Energy c’era quel pezzo di industra che su rinnovabili ed efficienza ha puntato e che oggi – nonostante i frenatori – gode di ottima salute. Sarà il caso di puntare su quella vitalità se vogliamo dare occasioni di lavoro nuovo a chi faceva prima il cocchiere e per salvare le troppe Kodak che abbiamo in giro. Ma attenzione: a Rimini dei sei padiglioni affollati di stand e operatori, uno era già interamente popolato da industrie asiatiche e dai suoi rappresentanti. Il bivio è quello: o puntiamo con decisione su innovazione e rilancio di un nuovo greeen deal o i prossimi a essere colonizzati saremo noi.

* Vicepresidente Kyoto Club

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