pubblicato su La Nuova Ecologia
Nessuno metterà una pala eolica sul Duomo o davanti a un nuraghe, e il consumo di suolo del fotovoltaico è limitato e reversibile
A fine giugno è stato diramato un appello di una quarantina di intellettuali rivolto alle tre principali associazioni ambientaliste (Legambiente, Greenpeace e Wwf) che sostanzialmente chiedeva uno stop alle rinnovabili “in difesa del paesaggio e dei beni culturali”, tanto che il titolo recitava “Brucereste la Gioconda per produrre energia?”. Addirittura!
Perché ne scrivo adesso? Non tanto per rispondere alle osservazioni degli intellettuali della Gioconda, lo hanno già fatto tempestivamente le tre associazioni. Né perché nel pot-pourri di chi ha firmato ci sia anche qualche nome autorevole. Ma perché, ahimé, con quelle posizioni abbiamo a che fare in molti territori e dovremo continuare a farci i conti anche in futuro. Certo, è vero che tutto nasce dal fenomeno dei nimby vip (e molti dei nomi dei firmatari lo rappresentano plasticamente) e che il risultato è da “utili idioti” del fossile (o del nucleare). Tanto che Francesco Pratesi di Italia Nostra, uno dei firmatari, arriva esplicitamente a scrivere che lui preferisce “il carbone a questa merda”, suffragando la sua posizione con improbabili rendering di pale eoliche accanto al Duomo di Orvieto: veri e propri fake. La presidente degli Amici della Terra su Il Foglio scrive invece che la “soluzione è il nucleare e non le pale eoliche”.
Ma sbaglieremmo a sottovalutare la diffusione di questo approccio anti-rinnovabili in molte delle nostre aree interne (si vedano le traversie degli impianti eolici che si vorrebbero fare sugli Appennini), e in molte categorie produttive e nelle loro rappresentanze (il ruolo frenante di Coldiretti lo dimostra). Come in genere la sottovalutazione dei veri fenomeni di distruzione del paesaggio causati dalla crisi climatica, ma anche della messa a rischio di tutto quel patrimonio di beni culturali che si dice si vorrebbe tutelare (si veda una recente indagine-denuncia dell’Unesco in merito).
Il problema è che queste posizioni, a cui i vip danno voce, sono condivise spesso anche da fasce di popolazione attive, impegnate e con cui magari abbiamo condiviso qualche vertenza ambientale, e che sono davvero convinte di difendere il proprio territorio. Posizioni che trovano terreno fertile in quella politica – un po’ perché più sensibile agli interessi economici che si organizzano intorno al fossile (si pensi alla Basilicata), un po’ per ignavia – che pur di non prendersi responsabilità manda alle calende greche ogni attività di permitting di nuovi impianti.
È a quelle persone che noi dobbiamo parlare, spiegare la minaccia reale della crisi climatica anche sui loro territori, smentire fake news su incompatibilità tra attività turistiche, agricole e insediamenti di rinnovabili. Spiegare infine che nessuno metterà una pala sul Duomo o davanti a un nuraghe, che il consumo di suolo del fotovoltaico è limitato e reversibile. Una battaglia per il consenso che dobbiamo combattere in prima persona. Se non lo facciamo noi, non lo farà nessuno.