pubblicato su www.greenreport.it
isogna proprio essere generosi con la propaganda per raccontare l’ultima partita europea sull’energia come una vittoria di Giorgia Meloni. Perché il dato politico, al di là dei comunicati trionfalistici, è un altro: l’Europa non ha accettato la sterilizzazione dell’Ets che il governo italiano aveva inserito nel decreto bollette. E non ha accettato neppure il rinvio dell’Ets2, il sistema che dal 2028 estenderà il mercato del carbonio ai combustibili utilizzati per il trasporto stradale e per gli edifici.
Sul primo punto è bene essere chiari. Il decreto bollette approvato a febbraio era incentrato proprio sulla possibilità di neutralizzare il costo delle quote di CO₂ nel prezzo dell’elettricità prodotta con il gas. Era una misura che, fin dall’inizio, era evidente che non avrebbe superato l’esame europeo. E infatti Bruxelles ha messo il punto: l’intesa raggiunta ora consente di compensare temporaneamente l’aumento dei costi del gas, ma non a danno dell’Ets. Non è una sottigliezza tecnica: è esattamente il contrario di ciò che Palazzo Chigi, nella sua furia iconoclasta contro tutto ciò che profuma di green deal, aveva annunciato come obiettivo.
Anche sull’Ets2 – la misura che estende il controllo e la limitazione delle emissioni di CO2 a trasporti e al ll’ediliza – il risultato è assai lontano dalla vittoria sbandierata. La richiesta italiana di rinviare ulteriormente l’entrata in vigore non è passata. Nelle conclusioni del Consiglio europeo è entrato un riferimento alla necessità di valutare meglio impatti e misure di salvaguardia, ma nessun rinvio. E la Commissione ha ribadito senza ambiguità che non intende modificare il percorso di attuazione: l’Ets2 resta programmato per il 2028.
Che cosa resta, dunque? Una misura sul prezzo del gas utilizzato per produrre elettricità, ispirata al meccanismo sperimentato dalla Spagna e dal Portogallo. In altre parole, la soluzione che qualche anno fa aveva adottato l’odiato Pedro Sánchez. Meglio tardi che mai: questa strada si sarebbe potuta percorrere già sei mesi fa, quando fu varato il decreto bollette. Avrebbe almeno evitato una parte delle speculazioni e delle attese che si sono accumulate nel frattempo.
Oggi, però, è difficile presentarla come la soluzione al caro energia. È una misura temporanea, circoscritta e complessa da applicare. E soprattutto interviene sugli effetti, non sulla causa strutturale della nostra dipendenza energetica. Non a caso anche dal mondo industriale arriva la richiesta di non fermarsi agli interventi emergenziali e di costruire finalmente una strategia capace di garantire prezzi competitivi nel lungo periodo.
La questione vera, allora, è molto più semplice di quanto la propaganda politica voglia far credere. Se vogliamo abbassare stabilmente il costo dell’energia, dobbiamo consumarne meno e produrne di più a costi bassi. La prima strada si chiama efficienza energetica: ridurre la domanda significa ridurre strutturalmente la nostra esposizione alla volatilità dei combustibili fossili. La seconda si chiama rinnovabili: sole, vento e le altre fonti pulite sono risorse domestiche, non si importano, non dipendono dalle guerre e, una volta realizzati gli impianti, non hanno un costo del combustibile che possa improvvisamente esplodere.
È questa, guarda caso, la ricetta europea: più efficienza, più elettrificazione, più rinnovabili, reti più moderne e un mercato capace di proteggere consumatori e imprese dagli shock. L’Italia avrebbe tutto l’interesse a spingere in quella direzione, invece di inseguire ogni volta l’emergenza con un nuovo sussidio o un nuovo artificio sul prezzo. Il “compromesso” strappato da Meloni insomma non risolve il problema che dovrebbe interessare davvero il governo: come fare dell’energia italiana un fattore di competitività, anziché una tassa permanente sulla nostra economia.
La risposta non è nell’ennesima deroga alle regole europee. È esattamente nella loro attuazione: consumare meno energia e produrne molta di più da fonti rinnovabili. È l’unica strada che può darci, insieme, bollette più basse, sicurezza e indipendenza energetica.