pubblicato su La Nuova Ecologia
Il nuovo Ets deve premiare chi investe nella riduzione dell’impronta carbonica. Il successo non si misurerà sulle emissioni spostate altrove, ma su quelle evitate
Nelle prossime settimane l’Ue sarà impegnata nella revisione dell’Ets, l’Emission trading system su cui tanto si discute in Italia e che per la destra e per una parte delle rappresentanze industriali sarebbe la fonte di tutti i mali. Ritengo che la proposta dalla Commissione europea vada invece difesa nella sua impostazione di fondo perché non rappresenta un arretramento rispetto al Green deal e prova a rendere la transizione ecologica più efficace, credibile e capace di trasformare davvero il sistema produttivo europeo. Il punto che deve essere fondamentale – anche per noi ambientalisti – è che dobbiamo evitare la falsa contrapposizione tra ambiente e industria. La decarbonizzazione per funzionare non deve solo fissare target, ma deve ridurre le emissioni reali, sostenendo innovazione e tecnologie più pulite. Delocalizzare produzioni in Paesi con standard ambientali inferiori migliorerebbe soltanto i bilanci emissivi europei, ma non produrrebbe alcun beneficio per il clima.
Per questo il nuovo Ets deve premiare chi investe nella riduzione dell’impronta carbonica e indirizzare verso la transizione una quota maggiore delle risorse che genera. Dal 2013 il sistema ha prodotto oltre 270 miliardi di euro, ma solo una parte limitata è tornata alla decarbonizzazione industriale e ancora meno alla protezione delle fasce sociali più deboli. Questo è lo scandalo che deve finire.
Vediamo alcuni casi industriali nei quali una riforma dello schema è ormai necessaria. Quello della ceramica mostra quanto siano importanti benchmark realistici. Nei settori hard to abate, dove elettrificazione e idrogeno rinnovabile non sono ancora disponibili su scala adeguata e a costi competitivi, è giusto mantenere quote gratuite ma legandole a investimenti verificabili in efficienza energetica. Lo stesso vale per l’acciaio. In Italia oltre l’85% della produzione utilizza rottame nei forni elettrici: un modello circolare che ha già consentito una forte riduzione delle emissioni. Penalizzare allo stesso modo chi ha innovato e chi continua a produrre con processi più emissivi e carboniferi in altri Paesi europei non ha molto senso.
Ancora più evidente è il tema della circolarità. Un impianto che rigenera oli lubrificanti usati non può essere considerato, dal punto di vista climatico, equivalente a una raffineria che utilizza materia prima vergine. La rigenerazione evita rifiuti, sostituisce risorse fossili e riduce le emissioni. Se l’Ets guarda soltanto alle emissioni “al camino”, rischia di non vedere proprio i benefici che dovrebbe incentivare.
La revisione deve quindi rafforzare un principio semplice: chi riduce realmente le emissioni, ricicla materia, sostituisce risorse vergini e investe in tecnologie pulite deve essere premiato. Difendere l’Ets significa difenderne l’ambizione ambientale. Produrre in Europa acciaio, ceramica e materiali strategici con un’impronta sempre più bassa, accelerando economia circolare, innovazione e autonomia energetica. Il successo non si misurerà sulle emissioni spostate altrove, ma su quelle davvero evitate.