Il paradosso verde dell’Amazzonia. Lula vince in Brasile, ma il voto per la destra che cresce lungo le frontiere della deforestazione deve interrogare gli ambientalisti

pubblicato su greenreport.it

è un risultato delle elezioni brasiliane che dovrebbe far riflettere soprattutto chi, come noi ambientalisti, considera la difesa dell’Amazzonia una delle grandi battaglie del nostro tempo.

Partiamo dai numeri, perché sono già un piccolo paradosso. Al ballottaggio Lula ha vinto in Brasile con il 51,79% dei voti, contro il 48,21% di Flávio Bolsonaro. Ma se guardiamo alla prima tornata, nella Amazzonia Legale – i nove Stati che comprendono gran parte del grande territorio forestale – Flávio Bolsonaro era risultato complessivamente davanti, con circa il 47,7% dei voti validi contro poco meno del 47% di Lula. E soprattutto il voto per la destra cresce proprio lungo le frontiere della deforestazione, dell’allevamento, della soia e dell’attività mineraria.

Attenzione: nello Stato dell’Amazonas, al ballottaggio, Lula ha invece vinto nettamente, 54,02% contro il 45,98% di Flávio Bolsonaro. Il dato non smentisce il paradosso: lo rende più interessante. Perché nelle aree amazzoniche dove la foresta è più conservata Lula tende ad avere più consenso, mentre nelle zone dove la distruzione della foresta è diventata economia – pascoli, campi di soia, miniere – la destra bolsonarista trova terreno fertile. Uno studio già dopo le elezioni del 2022 aveva mostrato una relazione impressionante: nei comuni della Amazzonia con maggiore storia di deforestazione la probabilità di voto per Bolsonaro aumentava sensibilmente.

E qui sta la domanda che dovremmo porci. Come è possibile che proprio nei territori che il mondo guarda come ultimo grande baluardo contro la crisi climatica abbia così tanto consenso politico chi considera la tutela ambientale un ostacolo allo sviluppo?

La risposta non può essere semplicemente: perché la gente non capisce. Sarebbe una risposta comoda, ma profondamente sbagliata.

Per chi vive in quei territori, la foresta non è soltanto un bene comune planetario da preservare. È anche il luogo in cui bisogna vivere, lavorare, mandare i figli a scuola, costruire una strada, avere un reddito. Se l’unica attività capace di promettere un guadagno immediato è abbattere alberi per fare spazio a pascoli e coltivazioni, oppure magari scavare una miniera, è difficile convincere una famiglia povera che la conservazione della foresta rappresenta il suo interesse, se in cambio non le si offre un’alternativa credibile.

È questo il punto che dovremmo assumere con molta più chiarezza anche noi ambientalisti. Il mio amico Roberto Della Seta sul problema del consenso alla transizione ecologica ha fatto un approfondimento interessante nel suo recente libro “Il paradosso verde”. Le grandi trasformazioni non producono automaticamente soltanto vincitori: possono avere costi, distribuire diversamente ricchezza e opportunità, creare paura e insicurezza. Se non affrontiamo questa dimensione sociale, lasciamo alla destra un formidabile argomento politico: voi ambientalisti volete proteggere la natura, noi vi promettiamo lavoro e benessere.

In Amazzonia questo meccanismo è ancora più evidente. Bolsonaro – e oggi il bolsonarismo – ha potuto presentarsi come il difensore di chi vuole utilizzare le risorse naturali perché per molti quelle risorse sono l’unica ricchezza disponibile. Sappiamo bene cosa c’è dietro: grandi interessi fondiari, agribusiness, estrazione mineraria, spesso anche attività illegali. Ma sarebbe un errore pensare che il consenso popolare a quel modello sia soltanto il prodotto della propaganda dei latifondisti.

Se vogliamo vincere quella battaglia dobbiamo dimostrare che la foresta vale più se rimane in piedi. Non soltanto moralmente, ma economicamente.

Questo significa remunerare concretamente i servizi ecosistemici, sostenere le comunità indigene e locali, sviluppare filiere forestali non distruttive, turismo responsabile, bioeconomia, agricoltura rigenerativa, energia rinnovabile, infrastrutture e servizi pubblici. Significa fare in modo che chi protegge la foresta possa guadagnare almeno quanto chi la distrugge. E significa portare nella regione investimenti, credito e innovazione: non per trasformare l’Amazzonia in un museo, ma per costruire un’economia diversa.

La buona notizia è che qualcosa si può già vedere. Sotto Lula la deforestazione amazzonica è crollata: nell’ultimo anno monitorato è scesa a 3.335 chilometri quadrati, il livello più basso dall’inizio delle rilevazioni satellitari nel 1988.

Ma proteggere la foresta con la sola repressione non basta. E nemmeno basta avere ragione sul piano scientifico. Dobbiamo avere un progetto economico capace di rendere desiderabile la transizione ecologica anche per chi oggi vive sulla frontiera dello sfruttamento. Altrimenti il paradosso continuerà: proprio coloro che hanno più da perdere dalla distruzione della foresta potranno essere convinti a votare chi quella distruzione la accelera.

L’Amazzonia non si salverà soltanto convincendo il mondo che è indispensabile. Bisognerà convincere, prima di tutto, chi ci vive che conservarla è il modo migliore per costruire il proprio futuro.

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