pubblicato su greeenreport.it
a consultazione di ARERA sul settimo periodo di regolazione del trasporto e della misura del gas, che accompagnerà il sistema italiano dal 2028, in corso di svolgimento, non è soltanto una questione tecnica o tariffaria. Dietro formule, costi riconosciuti e criteri di remunerazione c’è una scelta molto più importante: quale sistema energetico vogliamo costruire nei prossimi quindici o vent’anni e, soprattutto, chi pagherà per arrivarci?
È una domanda che riguarda direttamente Snam e il suo piano di investimenti. Perché se l’Italia prende sul serio gli obiettivi di decarbonizzazione, non può continuare a considerare la rete del gas come un’infrastruttura destinata semplicemente a crescere e a essere remunerata sulla base dei costi sostenuti. Deve chiedersi quali investimenti siano compatibili con la progressiva uscita dai combustibili fossili e quali rischino di diventare, prima ancora di essere ammortizzati, stranded assets.
Il tema è ancora più urgente alla luce del Documento di Descrizione degli Scenari 2026, elaborato da Terna insieme a Snam e propedeutico ai piani di sviluppo delle reti elettriche e del gas. Gli scenari non sono però una previsione neutrale del futuro: dipendono dalle politiche che scegliamo oggi. La domanda di gas non è una variabile indipendente dalla politica energetica, ma anche il risultato delle politiche di efficienza, elettrificazione, rinnovabili, pompe di calore e riduzione dei consumi fossili.
È quindi necessario che ARERA, nel definire il nuovo quadro regolatorio, valuti gli investimenti non soltanto sulla base della domanda attesa di gas, ma anche rispetto alla traiettoria di decarbonizzazione. Il documento finale di consultazione 381/2026/R/gas riguarda proprio i criteri con cui saranno determinati i ricavi riconosciuti per il trasporto del gas nel periodo 2028-2031.
Una risposta a Scornajenchi
È in questo contesto che vanno lette le dichiarazioni di oggi dell’amministratore delegato di Snam, Agostino Scornajenchi al Corriere della Sera. Scornajenchi osserva che gli scenari europei avevano previsto per l’Italia consumi di circa 40 miliardi di metri cubi nel 2025, mentre Snam ne ha trasportati 62 miliardi lo scorso anno e prevede circa 64 miliardi quest’anno. Da qui la conclusione che quegli scenari non si siano concretizzati e che, senza le infrastrutture realizzate, l’Italia avrebbe corso rischi per la sicurezza energetica.
Ma proprio questo ragionamento merita di essere rovesciato. Se i consumi di gas sono rimasti molto più elevati delle previsioni, la domanda politica non può essere semplicemente: quante altre infrastrutture dobbiamo costruire per continuare a soddisfarli? Deve essere piuttosto: perché non siamo riusciti a ridurre più rapidamente la domanda di gas?
Attribuire all’Europa l’errore delle previsioni rischia di eludere una parte decisiva della responsabilità: quella delle politiche energetiche nazionali. La riduzione dei consumi non avviene da sola. Richiederebbe politiche coerenti e continuative di efficienza energetica, elettrificazione e sviluppo delle fonti rinnovabili. Se queste politiche vengono rallentate o indebolite, è inevitabile che la domanda di gas rimanga più alta.
Non è dunque convincente usare una domanda di gas superiore alle attese come argomento per giustificare ulteriori investimenti infrastrutturali. Si rischia infatti un circolo vizioso: si assume una domanda elevata, si costruiscono infrastrutture per soddisfarla, gli investimenti devono poi essere remunerati e la loro stessa esistenza diventa un argomento per mantenere elevato l’utilizzo del gas.
È il rischio di un vero e proprio lock-in fossile. La sicurezza energetica è importante, ma non coincide necessariamente con una maggiore capacità di importare, stoccare e trasportare gas. Al contrario, la sicurezza di lungo periodo significa invece ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati, dai loro prezzi volatili e dalle tensioni geopolitiche.
Investire nella rete deve essere indirizzato e limitato solo al cambiamento: laddove tecnicamente ed economicamente giustificato, sostenendo gas rinnovabili realmente sostenibili come il biometano e coordinandosi con l’elettrificazione e lo sviluppo delle reti elettriche.
Il punto politico è quindi semplice: chi sostiene il rischio della transizione? Se gli investimenti vengono remunerati attraverso le tariffe e la domanda futura viene sovrastimata, il rischio di infrastrutture sovradimensionate ricade sui consumatori. È esattamente il meccanismo che una regolazione lungimirante dovrebbe evitare.
Per questo ARERA dovrebbe fare del future-proofing un criterio centrale: ogni grande investimento sulla rete dovrebbe essere “a prova di futuro” e rispondere a una domanda semplice — sarà ancora utile in un’Italia climaticamente neutrale?
Se la risposta è sì, lo si dimostri con dati, scenari e analisi trasparenti. Se è incerta, il rischio non può essere automaticamente trasferito sulle bollette e ARERA dovrebbe impedirlo.
La transizione energetica non consiste nel rendere eterno il sistema che conosciamo aggiungendogli qualche elemento “verde”. Consiste nel trasformarlo. La vera domanda, allora, non è quanti miliardi dobbiamo ancora investire nel gas, ma quanti di quei miliardi ci aiuteranno a ridurre la dipendenza dal gas fossile e in prospettiva futura a fare a meno.