pubblicato su La Nuova Ecologia
Il governo avrebbe dovuto invertire la tendenza che vede le risorse delle aste Ets finire in qualche buco nero del bilancio e non per aiutare in percorsi di efficientamento le imprese
Disperate. O disperanti? Non è chiaro se le mosse del governo italiano sull’energia, e in particolare sul costo delle bollette, siano più spinte dalla disperazione o piuttosto se causano la nostra di disperazione, per la carica ideologica fossile che le sostiene. Un po’ sono sfigati, è vero: il decreto bollette, che doveva uscire l’estate scorsa, sono riusciti a licenziarlo solo una settimana prima che Trump e Netanyahu dichiarassero guerra all’Iran, con il disastro geopolitico conseguente (qualcuno ricorda che lo Stretto di Hormuz era aperto, gratuitamente, a qualsiasi imbarcazione prima dell’intemerata trumpiana?).
Oltre alla sfortuna c’è un alto grado di insipienza: la riduzione del costo dell’energia per famiglie e imprese secondo quel decreto si sarebbe dovuto perseguire “sterilizzando” l’Ets. L’Emission trading system europeo diventato il totem da abbattere per la nostra destra politica e per Confindustria. Peccato che quel sistema aveva accompagnato con successo il percorso della decarbonizzazione dell’economia europea – ricordiamo che nel nostro continente il disaccoppiamento tra la crescita dell’economia e quella delle emissioni è una realtà consolidata da anni – e che quindi era evidente a chiunque dotato di un minimo di onestà intellettuale che quella proposta sarebbe stata bocciata dalla Commissione, come puntualmente è avvenuto.
Non si può “sterilizzare” uno strumento il cui scopo è quello di scoraggiare l’utilizzo dei fossili. Piuttosto il nostro governo avrebbe dovuto finalmente invertire quella tendenza per cui le risorse provenienti dalle aste Ets, e pagate dalle industrie emettitrici (18 miliardi di euro dalla sua introduzione), vanno a finire in qualche buco nero del bilancio dello Stato e non vengono impiegate per accompagnare in percorsi di efficientamento le imprese, e in sostegno economico per quelle più fragili. Quello sì che sarebbe stato un beneficio per i conti del sistema industriale italiano. E se lo stesso governo si sbrigasse ad approvare strumenti previsti dall’Europa “matrigna”, come il Fondo sociale per il clima, si avrebbero a disposizione anche risorse per aiutare le famiglie più in difficolta. Invece, nella disperazione, gli unici atti del governo sono stati i viaggi in compagnia dell’ad di Eni nei Paesi che ci vendono il gas per cercare di parare la falla che si era creata con la chiusura di Hormuz.
Possibile che non si capisca che per non essere “dipendenti” si debba correre e fare tante rinnovabili? Non esistono altre strade. La Spagna ci insegna che in tempi relativamente brevi il contributo sempre maggiore di rinnovabili alla produzione di energia elettrica farebbe scendere il costo delle bollette, e nel lungo termine ci renderebbe finalmente indipendenti. Un argomento che dovrebbe suonare bene a chi si dichiara “sovranista” e “nazionalista”, e che dovrebbe essere sostenuto da chi rappresenta il sistema industriale italiano. Perché invece succede il contrario? Miopia e conservatorismo fossile temo siano le uniche risposte possibili.